Wildlife – La recensione

Wildlife: prima prova da regista per Paul Dano

Wildlife è il primo film scritto (insieme alla compagna Zoe Kazan) e diretto da Paul Dano, basato sul romanzo “Incendi” di Richard Ford.

Tutti conosciamo e ricordiamo Paul Dano come un attore eclettico, volto di personaggi insoliti come: Dwayne Hoover in “Little Miss Sunshine”, Eli e Paul Sunday ne “Il Petroliere” o Hank in “Swiss Army Man”. Una carriera costellata da superbe interpretazioni e collaborazioni con grandi registi a cui mancava, si fa per dire, solo l’esperienza come regista.

Recentemente presentato e premiato al Torino Film Festival, Wildlife narra di una disgregazione familiare.

Montana, Anni ’60, Jerry e Jeanette sono una coppia sposata. Lei donna di casa votata al marito e lui uomo solido e sicuro di sé che si occupa del sostentamento della famiglia. Un’ immagine di perfezione destinata a durare poco. Jerry, a seguito di un licenziamento, parte volontario per domare gli incendi che stanno distruggendo la regione. Jeanette si ritrova sola, per la prima volta dopo tanto tempo, e nel giro di una notte il suo atteggiamento cambia. Tutto ciò viene mostrato attraverso gli occhi di Joe, il figlio adolescente della coppia, che tenta di preservare l’ormai venuto meno equilibrio familiare. Una crisi di coppia metaforicamente collegata all’onnipresente elemento del fuoco, distruttore, purificatore ma anche fautore di nuova vita.

Il repentino e inaspettato cambiamento di Jeanette risulta essere il vero fulcro del film, lasciando Joe, e con lui lo spettatore, spaesato. Diventiamo tutti meri osservatori delle fiamme che stanno divorando la famiglia e spingendo Jeanette sempre più affondo. Le sue decisioni e i suoi comportamenti lasciano inizialmente perplessi ma con l’andare del film divengono, seppur non condivisibili, almeno comprensibili.

In una delle scene più toccanti Jeanette viene ad essere mostrata in tutta la sua vulnerabilità e disperazione, arrivando a dire a Joe:

“If you have got a better plan for me, tell me. I’ll try it, really. Maybe it will be better than this”.

La donna sta andando avanti a tentoni, cercando qualcuno che possa sostenerla e indirizzarla. Qualcuno in grado di garantirle nuovamente quella sicurezza economica necessaria a poter essere felice e libera. Una libertà che come si può intuire non è ancora in grado di affrontare. Sebbene provi disperatamente ad essere forte e a prendere le giuste decisioni ciò non sembra abbastanza, anzi finisce per renderla cieca al caos che sta disseminando.

Le scelte quasi infantili dei genitori cozzano con i comportamenti del figlio che pur essendo un adolescente appare più adulto ed equilibrato di loro. Un ragazzino abbandonato a sé stesso e che pur tentando di mantenere vivo il ricordo della felicità passata è inerme dinnanzi agli eventi. La sceneggiatura perfetta nel delineare la psicologia e caduta degli adulti, non sembra dare uguale attenzione all’emersione e affermazioni del giovane.

Ciò, in realtà, non sembra essere l’intento di Dano, egli sembra voler documentare in maniera vivida, minuziosa e dolorosa la crisi e la trasformazione dei personaggi. Sembra voler comunicare che la crisi è sempre nascosta dietro l’angolo, difficile da fronteggiare ma allo stesso tempo meravigliosa nella sua forza distruttrice e rinnovatrice.

Tale rinnovamento si concretizza nel ritrovamento dell’individualità da parte dei personaggi. Essi abbandonando i ruoli precedenti, hanno la possibilità di ripensarsi come singoli e di decidere e agire al di fuori del nucleo familiare.

Wildlife
Carey Mulligan in una scena di “Wildlife”

Carey Mulligan (Jeanette) e Jake Gyllenhaal (Jerry) danno vita a personaggi tangibili nella loro umanità e fallibilità. Proprio la Mulligan ci regala una delle migliori interpretazioni della sua carriera, risultando perfetta in questo ruolo dolente e disilluso, di donna vissuta ma allo stesso tempo infantile e vulnerabile. Un personaggio in bilico che le sembra cucito addosso e di cui avevamo avuto qualche assaggio in “Mudbound” (2017) diretto da Dee Rees.

Cosa dire di Paul Dano regista? Un ottimo debutto che fa presagire grandi cose. La camera poco invadente, lenta e pacata nei movimenti è in grado di mostrare tutto senza filtri, con disarmante e minuzioso realismo. Una fotografia luminosa, ariosa, equilibrata, tesa a cristallizzare i momenti nella loro bellezza compositiva e cromatica, tuttavia continuamente chiamata ad affrontare l’avanzare del tempo.

Film che sembra non avere ancora una data d’uscita ufficiale in Italia ma che sento di consigliare e considero uno dei migliori visti nel 2018.

Voto 8/10

Una recensione di Serena Ansalone

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