Peterloo – La recensione

Nella maggior parte dei casi, non c’è film storico che non abbia un qualche riferimento alla attualità, e che non sia destinato ad una fascia di pubblico in grado di comprendere quel messaggio che si cela dietro all’evento narrato, riuscendo a contestualizzare nello scenario odierno. Ciò rende implicita – ed inevitabile – una particolare conseguenza: la pellicola assume connotati politici, e alcune volte finisce addirittura per prendere posizione su determinate questioni che infiammano il dibattito pubblico.

È il caso, questo, di buona parte della filmografia di Ken Loach, regista che ha sempre diviso il pubblico, e di Peterloo, ultima opera di un altro apprezzato cineasta britannico quale Mike Leigh, che in quasi 50 anni di carriera, è riuscito ad alternare commedie sofisticate come Naked e La felicità porta fortuna (Happy Go Lucky) ad importanti rappresentazioni storiche in film come Il segreto di Vera Drake e Turner. In Peterloo, passato – quasi in sordina – in concorso durante la 75° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il contesto è uno dei più drammatici della storia britannica: siamo nella Manchester del 1819, alla vigilia di uno degli eventi che cambierà per sempre il Paese, quale il Massacro di St. Peter’s Field del 16 agosto, che coinvolse una folla pacifica e non armata di 80.000 persone che, quel giorno, assistevano ad un comizio politico in favore di una riforma del sistema elettorale basata sul suffragio universale.

Mike Leigh, oltre ad essere un eccellente filmmaker, è anche un profondo conoscitore della storia e del suo significato, come dimostra anche il suo corto televisivo del 1992 A Sense of History, dove, attraverso le parole di Jim Broadbent nei panni del 23esimo Conte di Leete, riesce a mostrare in maniera tragicomica come un singolo evento possa avere molteplici interpretazioni, sulla base delle quali giungere a giudizi anche diametralmente opposti. Anche in Peterloo è presente questa volontà di non trasmettere un pensiero univoco in maniera didascalica: e così, anche quelli che secondo la mentalità comune debbono essere i ‘buoni’, in realtà non sono portatori di soli valori positivi: e così, anche le parole e le azioni di colui che è visto come il ‘salvatore della patria’, l’Henry Hunt interpretato da Rory Kinnear, non corrispondono a sentimenti genuini ed autentici, lasciando trasparire una certa titubanza, e in alcune scene quell’arroganza propria di chi si pone verso le persone con un atteggiamento di superiorità.

Appunto, le persone, quel popolo che in questo film ruba la scena agli svariati personaggi che in questa lotta politica hanno un ruolo attivo. La massa assume una sua dimensione fisica, così come descritta da Gustave Le Bon nella Psicologia delle folle, diventa a sua volta una individualità dal pensiero sfumato, ma che combatte per un medesimo obiettivo: esprimere la propria voce ed uscire da quell’isolamento al quale, per motivi puramente geografici, le regioni industriali dell’Inghilterra settentrionale erano condannate.

Leigh non esita, dunque, a mettere in luce i lati più controversi della storia del suo Paese, proprio lui che è originario della contea della Greater Manchester, raccontando come ad una grande vittoria (quella nella battaglia di Waterloo del 1815, rappresentata nella scena iniziale della pellicola) può seguire una sconfitta altrettanto grande (che i giornalisti presenti sul luogo dell’accaduto chiameranno per contrasto, appunto, Peterloo), nonostante i contesti e i campi di battaglia siano tra loro diversissimi: non è un caso che al centro di entrambi gli eventi vi sia un giovane soldato, nel cui punto di vista lo spettatore può facilmente rispecchiarsi.

Come il Turner con Timothy Spall del suo film precedente, anche Leigh è alla ricerca di una visione radicale del passato, che aiuti a comprendere il mondo moderno e contemporaneo e le sue crisi, economiche ma soprattutto politiche: e inevitabilmente il pensiero va all’annosa vicenda Brexit, che – neanche a farlo apposta – negli ultimi mesi sembra essere giunta ad un bivio, mentre i dubbi sull’operato della House of Commons britannica si fanno sempre più persistenti, tra chi chiede un nuovo referendum e chi, al contrario, chiede che la Gran Bretagna non ceda alle pressioni dell’Unione Europea. Ma interpretare Peterloo semplicemente secondo una prospettiva politica significherebbe avere una visione ridotta del suo reale significato.

È un film che parla anche – e soprattutto – di diritti umani nel senso in cui li intendiamo oggi, senza fare una retorica che non sia funzionale agli scopi del film: la polemica rimane sempre implicita, indiretta e mai specifica, eppure è presente e perfettamente percepibile. Il messaggio è di una chiarezza disarmante: in quanto cittadini, tutti noi abbiamo il dovere morale di salvaguardare in tutti i modi possibili quel grande traguardo che è la democrazia, che ha lasciato dietro di sé vittime innocenti, che magari tra di loro non avevano alcune legame, se non quello di difendere un ideale, che oggi diamo quasi per scontato. Senza dimenticare, ovviamente, quella che è una componente imprescindibile del film: la trasformazione della tragedia collettiva in dramma privato, la grande piazza che si riduce alle quattro mura di una casa, dove tutte le questioni vengono ridimensionate in proporzione di quell’inossidabile ed indissolubile formazione sociale che è la famiglia.Peterloo

Perché dove lo Stato soffre, il focolare domestico riesce comunque a proseguire nonostante gli stenti, unito da quel calore affettivo che costituisce uno dei connotati più importanti del concetto di ‘patria’, gradualmente andato in disuso man mano che la sfiducia verso le istituzioni e gli altri capisaldi della vita in comune è andata crescendo. Ed ecco un ulteriore, importante tratto di Peterloo, quello che più va a scuotere le fondamenta del contratto sociale, e che chiede a gran voce una revisione dello stesso, conforme ai valori diffusi ai giorni nostri.

Infine, non bisogna dimenticare che, al netto dell’ideologia di riferimento e di tutte le considerazioni socio-economiche e di attualità che ne costituiscono il background, Peterloo è grande cinema, un kolossal popolare che fa affidamento su una sapiente costruzione dell’immagine ed una intelligente orchestrazione delle scene di massa, dove Leigh riesce a mettere in mostra tutte le sue incredibili qualità, dando forza all’assunto filosofico di stampo marxista per il quale la storia viene fatta dagli uomini non in modo arbitrario, ma a seconda delle circostanze che trovano immediatamente davanti a sé. Peterloo, insomma, è l’ammonimento delle vecchie generazioni alle nuove, le uniche che possono cambiare il corso degli eventi e costruire un futuro che sia meglio del passato e – perché no – del nostro presente.

VOTO: 8.5/10

Una recensione di Eugenio Ciliberti

Precedente La favorita - La recensione! Successivo Il Debito - La recensione in anteprima