Notti magiche – La recensione

Il primo, e per certi versi, insospettabile spunto di Notti magiche, Paolo Virzì lo trae dalla fortunata commedia generazione Notte prima degli esami e dalla azzeccata scelta di Fausto Brizzi di ambientare la storia di un gruppo di ragazzi che si accingono a svolgere la temuta Maturità nel corso del mese che ha portato la Nazionale Italiana ad uscire vincitrice dal Campionato mondiale di calcio, svoltosi in Spagna del 1982.

Ed è partendo da questa collaudata idea che, dopo l’esperienza americana di Ella & John – The Leisure Seeker, il filmmaker toscano ritorna in Italia per raccontare un altro Mondiale, che l’Italia, Paese ospitante della manifestazione, stavolta ha solo sfiorato. Ed è proprio da quel fatale, decisivo rigore sbagliato da Aldo Serena nella semifinale contro l’Argentina, che la narrazione raggiunge il suo punto più alto – o forse, sarebbe meglio dire il più basso: la macchina del produttore cinematografico Leandro Saponaro, precipitando nelle acque del Tevere, riesce a rendere perfettamente l’idea che il regista livornese intende trasmettere con questa sua ultima fatica: il cinema italiano, verso la fine del secolo scorso, ha avuto un momento di crisi profonda, i cui segni si rendono palesi tutt’oggi.

Furono quelli gli anni in cui il giovane Virzì venne a contatto con quel mondo del cinema tanto ambito quanto profondamente decadente: ed ecco emergere con tutta evidenza il secondo spunto alla base del racconto di Notti Magiche, Viale del tramonto, pellicola che, esattamente quarant’anni prima del momento in cui i fatti del film di Virzì hanno luogo, segnava la morte definitiva del cinema muto, con il passaggio al sonoro. Diverse scene sembrano ispirate al capolavoro di Billy Wilder (come, ad esempio, il consesso dei numerosi registi e sceneggiatori, ormai quasi caduti in disgrazia, al ristorante, oppure davanti allo schermo di un televisore per guardare le partite dei Mondiali, alla stregua degli attori del cinema muto in rovina riuniti, quasi fossero imbalsamati, intorno al tavolo per giocare in silenzio a carte), ed un personaggio su tutti sembra ricalcare le fattezze e la gestualità della diva Norma Swanson: il produttore Leandro Saponaro, quasi ironicamente interpretato da un volto storico del cinema anni ’70 e ’80 come Giancarlo Giannini, che più di tutti, anche degli stessi protagonisti, assume il ruolo di centro ideale di questo sistema vecchio ed inadeguato, ormai prossimo a cedere il passo alle nuove leve.

A questa generazione in caduta libera del nostro cinema, Virzì guarda talvolta con quella stessa ironia pungente che ha fatto de Il capitale umano un mirabile esempio di cinismo, e talaltra in maniera anche fin troppo indulgente, che finiscono inevitabilmente per smorzare la sua critica a quei ‘dinosauri’ che hanno, chi più e chi meno, contribuito allo splendore della cinematografia nostrana e, con il tempo, finito, fosse solo indirettamente, per renderla la parodia di sé stessa, specie attraverso l’influenza che hanno esercitato sui giovani.

Ed ecco un altro punto focale di Notti magiche, per alcuni il più importante, per altri semplicemente un fenomeno parallelo di questo affresco. Tre sceneggiatori, dai caratteri profondamente diversi, interessanti sotto un certo punto di vista, ma esasperati con il susseguirsi delle vicende, tentano di affermarsi in una Roma che, se nelle intenzioni del cineasta toscano doveva essere la rappresentazione tragicomica della Città Eterna scenario de La grande bellezza, finisce più per assomigliare alla Wall Street dell’omonimo film di Oliver Stone, dominata da personaggi dall’etica discutibile, oltre che da personalità le quali, con un mezzo di comunicazione potente come il cinema, poco e niente di concreto riescono a trasmettere allo spettatore.

I tre ragazzi, che cercano di farsi spazio in questo mondo diabolico, non sanno di farvi moralmente parte a pieno titolo, ed il loro destino non li porterà ad essere innovatori, ma niente più che meri epigoni, allo stesso modo di coloro che, negli studi dei grandi sceneggiatori del passato, battono sulle loro pesanti macchine da scrivere parole, situazioni e personaggi ormai deprivati di qualsiasi valore residuo. Pregnante è l’esempio di Franco Pontani, fittizio autore di film premiati in tutti i più importanti festival e leggendario maestro dell’incomunicabilità che, dopo anni di silenzio forzato, riesce a scambiare una conversazione con Katia, la giovane fidanzata di Luciano.

Arriviamo quindi a capire, grazie alla interazione tra questi due personaggi, che cosa è realmente importante per Virzì: non come, ma cosa si dice; avere un messaggio significativo da lasciare allo spettatore, non chiacchiere e inutili fatuità, alle quali sembra che, purtroppo, una frangia radical chic del pubblico sembra essere abituato.

Notti magiche
una scena di “Notti magiche”

Notti magiche, dunque, assume una rilevanza da non sottovalutare per la filmografia del regista di La prima cosa bella e La pazza gioia, addirittura rivestendo un carattere personale e intimistico in alcuni momenti. Purtroppo, però, questa riflessione sulla ‘estate italiana’ di tre ragazzi che, proprio come gli Azzurri in quel caldo 1990, rincorrono il loro sogno, diventa un pretesto per Virzì per specchiarsi narcisisticamente in questi personaggi, finendo per perdere quella giusta distanza con la sua creazione, peculiarità che rende ogni pezzo della sua filmografia un interessante sguardo sull’umanità.

Anche Notti magiche aveva tutte le carte in regola per entrare a far parte di questo filone, ma spreca le sue potenzialità radunando elementi provenienti da altre pellicole (oltre a quella già citate, andrebbe menzionato anche il recentissimo L’altra faccia del vento, dove Orson Welles, in forte contrasto con quella stessa Hollywood di cui egli stesso era uno dei simboli, punta il dito contro la vacuità di certi contenuti filmici, prontamente – e prepotentemente – travestito da onirismo da un certo tipo di audience, intellettualoide e d’elite), o anche da alcuni capolavori della letteratura mondiale (il finale offre più di una suggestione che rimanda ad Assassinio sull’Orient Express), cosa anche accettabile se tali elementi fossero coordinati secondo un forte senso dell’originalità, ciò che altresì manca nella caratterizzazione dei personaggi, da sempre punto di forza del filmmaker di Livorno. Ed infatti, i personaggi sono poco più che archetipi, valorizzati il più possibile dagli innumerevoli dialoghi che popolano i 125 minuti dell’opera, ma che purtroppo non riescono ad andare oltre le loro (già di per sé limitate) potenzialità.

Cosa resta di Notti magiche una volta usciti dalla sala? Sicuramente un prodotto che assolve alla sua funzione di intrattenimento, e che al contempo cerca di ricavarsi qualche spazio, seppur angusto, per inferire stilettate ad un cinema contemporaneo, che non è ancora riuscito a tagliare quel cordone ombelicale con il suo illustre ‘genitore’.

Una volta ancora, ogni buona intenzione viene spezzata dal tono scanzonato che Virzì, con l’eccezione del solo Il capitale umano, predilige per la sua forma di storytelling: segno, questo, che il cineasta, a differenza che nella sua pellicola del 2013, vincitrice di sette David di Donatello, si è astenuto dall’osare nell’andare fino in fondo alla sua acuta critica, trascurando quel fondamentale elemento nella costruzione della storia che è la commedia umana. Paradossalmente, proprio dove avrebbe potuto risultare decisivo, questo tassello cruciale del puzzle ha fatto perdere le sue tracce.

VOTO: 6+/10

Una recensione di Eugenio Ciliberti

Precedente La ballata di Buster Scruggs - La recensione Successivo Roma - La recensione