La ballata di Buster Scruggs – La recensione

Pochi potevano immaginare che quella che inizialmente doveva essere una miniserie di sei episodi, scritta e diretta dai fratelli Coen, destinata a essere il primo progetto targato Netflix dei due registi, sarebbe poi stata trasformata in un film antologico, adattando una forma che ha avuto molto successo, in passato (si consideri il poco conosciuto Tre passi nel delirio, i cui episodi furono diretti da grandi firme come Federico Fellini, Louis Malle e Roger Vadim) come in tempi più recenti (tra gli ultimi, il più noto è indubbiamente Grindhouse di Quentin Tarantino e Robert Rodriguez), e che oggi può senz’altro costituire quel ponte di collegamento tra il cinema e la serialità, che un pò tutti gli addetti ai lavori nel mondo dell’audiovisivo si stanno sforzando di ricercare per attrarre a sé quella nicchia di pubblico – che si sta espandendo sempre di più – che alla narrazione unitaria e compatta predilige uno storytelling riconducibile a coerenza nella sua frammentazione spaziale e temporale.

Ma al di là di queste considerazioni, che non possono certo costituire un adeguato parametro di valutazione della pellicola e lasciano quindi il tempo che trovano, La ballata di Buster Scruggs, presentato (un pò a sorpresa) in concorso alla 75esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, dove ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura (cosa anche questa che ha lasciato molti sbalorditi, se non ha fatto addirittura storcere un pò il naso), è un film importante anche per altre – e non contingenti – ragioni.

Innanzitutto per la sua capacità di radunare i tópoi del grande cinema western del passato, e rileggerli secondo i canoni dettati da altri generi che hanno, nel corso della sua lunga storia, rappresentato il marchio di fabbrica del cinema americano: e così, nel primo episodio, un fuorilegge con la passione per il canto (l’iconico Buster Scruggs, impersonato da un indimenticabile Tim Blake Nelson) dà vita ad un ‘mini-musical’ irriverente e dal notevole potenziale comico; negli episodi centrali, viene conferito ai quadretti rappresentati sul grande schermo un inedito – giacché atipico nell’ambito del western – senso melodrammatico; nel sesto e ultimo segmento, la cui narrazione si svolge quasi interamente in una carrozza di una diligenza, i Coen sfruttano l’ambiente claustrofobico e che offre possibilità di scampo quasi nulle per creare una perfetta atmosfera da thriller psicologico).

La rivisitazione e la commistione – per non parlare di un vero e proprio confronto – tra i vari generi cinematografici diventa l’occasione per il duo registico di riflettere di St. Louis Park sul proprio cinema e di ‘reinventarsi’: tutti gli elementi che hanno reso celebri Joel e Ethan Coen – i dialoghi paradossali, il capovolgimento assurdo delle situazioni (da antologia la scena in cui il bandito interpretato, nel secondo episodio, da James Franco chiede ai fuorilegge che lo hanno appena legato con una fune al collo ad un albero, quale sia, secondo loro, la pena che debba scontare, senza ricevere da loro alcuna risposta sensata: una scena, questa, che ricorda una più celebre, rappresentata dallo scrittore boemo Franz Kafka nel suo racconto Nella colonia penale), il black humour, giusto per citare quelli più evidenti – sono presenti e riadattati nell’ambito di racconti, i cui personaggi sono innanzitutto esseri umani, prima che semplici figure.

Nel conferire nuova dignità ad un genere che, specie nel corso di questi ultimi anni, ha visto elaborazioni nelle più svariate forme, le quali, a loro volta, hanno avuto più o meno successo (se non collezionando addirittura clamorosi insuccessi), i due filmmakers hanno voluto creare un’opera meno ‘giocherellona’ rispetto al precedente Ave, Cesare!, dove in non poche occasioni è stata colta l’opportunità per lanciare uno sguardo a situazioni che, seppur incasellate in un racconto fittizio, se non addirittura ‘astratto’, riguardano più da vicino la contemporaneità, che di questa pellicola fruisce.

La ballata di Buster Scruggs
James Franco in una scena de la ballata di Buster Scruggs

Non a caso, uno dei personaggi del sesto episodio afferma che ‘’tutti amano sentir parlare di sé stessi, immedesimandosi nei personaggi, i quali, tuttavia, non ci rappresentano’’: questa riga dello script (non a caso lasciata quasi al termine dei 132 minuti di durata del film) può essere vista come punto di riferimento essenziale di un’opera dal fine comunicativo ben più ampio di quanto il pubblico, anche quello che conosce a menadito la filmografia dei due cineasti, possa anche solo immaginare.

Si può quindi dire che i Coen, nel dare vita ad ampi e variegati tipi umani, si pongono l’obiettivo di trasmettere un messaggio universale, che lega i sei episodi e punta a trascendere l’idea di un semplice omaggio ai western di Howard Hawks, John Ford e Sergio Leone, nonché l’ambizione di costruire una vera e propria summa del loro cinema.

Con i Coen, l’‘eroe’ del western (nell’immaginario collettivo, idealmente rappresentato da John Wayne e Clint Eastwood) lascia spazio all’ ‘antieroe’ nel ruolo di forza motrice della storia. L’happy ending è un concetto che appartiene solamente alle favole, e per esso, nel cinema come nella vita reale, raramente vi è posto, se non a costo di importanti sacrifici.

Le risate (garantite) di La ballata di Buster Scruggs non sono certo per lo stato di buon umore in cui il film intende lasciare lo spettatore: al contrario, alcune di esse saranno isteriche, quasi forzate, appunto perché tendiamo a rappresentarci in queste vicende di cui percepiamo la distanza dalla nostra dimensione, eppure sentiamo così vicine, tangibili. Insomma, scavando nella sua profondità semantica, La ballata di Buster Scruggs è un film inatteso, che non solo segna il ritorno al western dei Coen dopo Il Grinta, ma rappresenta anche un’importante possibilità per i due registi di prendersi un pò più sul serio, in un tentativo (a dire la verità, neanche tanto necessario) di dare nuova legittimazione alla propria autorialità, quasi come se dopo Ave, Cesare! fosse stata messa in discussione.

Tuttavia, ancora una volta, è necessario sottolineare il limite di queste interpretazioni, che trovano un avallo nel carattere soggettivo di qualsiasi recensione. Ciò che resta, quindi, è un film esilarante e provocatore: con la dovuta avvertenza che, per descrivere tale film, anche questi due semplici aggettivi possono essere estremamente riduttivi.

VOTO: 9/10

Una recensione di Eugenio Ciliberti

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