Kibbles – La recensione

“Croccantini” è un film inquietante e ansiogeno perché tale dev’essere, perché il suo intento è quello di mostrarci, portandolo alle estreme conseguenze, quella che è una critica alla nostra società.

Il protagonista è David, lo conosciamo in un salone di terapia di gruppo, fra altri giovani come lui, assenti, adombrati, disperati, con movimenti convulsi che ci fanno pensare a una qualche crisi. Il terapista gli prospetta un cambiamento all’orizzonte: da quel momento in poi andrà tutto bene. L’impressione è che si stiano disintossicando da qualcosa, ma cosa? Lo si scoprirà soltanto guardando.

Lo spettatore si ritrova proiettato in un mondo che procede a rallentatore, svogliato, sempre uguale a sé stesso; in un incipit che sorprendentemente dilata gli usuali tempi di narrazione che impongono al contrario una rapidità nella presentazione dei personaggi e nel liquidare la situazione iniziale per giungere presto all’incidente scatenante. Seguiamo David nella sua ripetitiva quotidianità d’isolamento: il ragazzo, non ha rapporti sociali neppure in casa, poiché i genitori e la sorella vivono costantemente attaccati a quella che chiamano Vita Sociale, il loro telefono cellulare, l’unico che paradossalmente rivolge la parola al protagonista provvedendo a tutto, cibo e indumenti inclusi: e qui sta un’ulteriore critica alla nostra società che questa volta prende a bersaglio lo spreco, essendo gli abiti forniti da questo Siri potenziato, dichiaratamente usa e getta.

In questo lungo prologo, saltano immediatamente agli occhi due elementi che sottolineano maggiormente la dilatazione temporale e il senso di inquietudine che il regista ci vuole trasmettere, nella speranza di smuoverci dall’asettica vita che conduciamo e che lui rappresenta sullo schermo: manca la colonna e il silenzio si protende nella maggioranza delle scene, mettendo il carico da undici sui tempi di inattività; e le inquadrature esageratamente mosse per dare il senso dell’amatoriale, che si concentrano per lo più sui personaggi, con soventi ingrandimenti, senza lasciare il minimo spazio al mondo circostante, sottolineando simbolicamente quanto l’interesse debba concentrarsi sulle persone, in netta contrapposizione con quanto predicato dalla Vita Sociale.

L’incidente scatenante giunge solo a un terzo dell’intero film, contrariamente a quanto consigliato dalla sceneggiatura da manuale e, più che in altre pellicole ha il gusto della ribellione, perché la sovversione dell’andamento della storia avviene nel momento in cui David decide letteralmente di uscire dagli schemi e inizia a vedere il mondo per com’è, riscoprendo anche il gusto dei rapporti umani; e sarà emblematica anche la battuta d’ingresso della seconda protagonista Alioth, la cui entrata in scena incrementa il ritmo narrativo che pur tuttavia non rinuncia al suo andamento lento e alle sue poche battute, ma mette in contrapposizione due mondi: di fronte all’inerzia di David, la spasmodica ricerca di Alioth ne fa un personaggio estremamente dinamico.

Cambia anche radicalmente l’ambientazione e dal chiuso prevalente si passa all’aria aperta boschiva in un chiaro riferimento dantesco alla Selva Oscura, la via che spaventa, ma che va attraversata per giungere alla redenzione.

“Croccantini” infatti è un esperimento ben riuscito di film di formazione e la scoperta finale di David, ciò che trova alla fine di questo dantesco viaggio è un lampo di genio degno delle migliori pellicole ed è tutto da scoprire.

Ci troviamo davanti a una pellicola per palati fini, in cui tutto ciò che è appunto sceneggiatura da manuale, viene prontamente disatteso, ma in maniera assolutamente funzionale al messaggio che si vuole lanciare e al come si intende lanciarlo; il montaggio lineare offre cambi senza scossoni tra scene alquanto episodiche che fanno apparire la storia come un lungo flusso di coscienza ai limiti del surreale; la visione piuttosto apocalittica che ricalca un po’ quella del disneyano “Wall-E” è supportata da una magistrale caratterizzazione dei personaggi, alcuni dei quali volutamente enfatizzati e grotteschi, resi con una recitazione encomiabile.

Kibbles
Immagine di “Wall-E” della Disney

Non mancano, inoltre, riferimenti e citazioni: dalle atmosfere alla “Hunger Games” e “Allegiant” fino al cinema muto, virtuosismo apprezzatissimo che insieme alla caratterizzazione del ragazzo con l’armonica è la ciliegina sulla torta di un prodotto che piace per il suo anticonformismo e il suo tono graffiante; un’opera completa come poche che non manca di regalarci sane risate e momenti di commozione, ma che soprattutto ci permette di guardarci dal di fuori e notare quanto male stiamo facendo a noi stessi in questa società che ci sta plasmando.

Voto: 6/10

Una recensione di Roberta Manfredi

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