Io non le credo – La recensione!

È possibile individuare dove finisce il bene e dove inizia il male? Oppure se, magari, essi siano addirittura consustanziali? Questi interrogativi da sempre costituiscono l’oggetto di un certo filone del cinema horror tradizionale, del quale l’esempio che più ha lasciato il segno è L’esorcista.

Ma anche, volendo andare al di là di rigide schematizzazioni legate al genere, si può citare addirittura Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, dove viene preso in considerazione l’aspetto kierkegaardiano della fede, vista non più come presenza pervasiva, ma come abbandono che lascia spazio al dubbio: il nostro è un Dio misericordioso o vendicativo? Ci assiste dall’alto oppure abbandona la realtà terrena, vista come un vero e proprio supplizio infernale?

È sui quesiti appena detti, già ampiamente esplorati, che il cortometraggio Io non le credo, nato da un’idea di Luca Bertossi, prende le proprie mosse, e concentra in appena sette minuti la presa di posizione che intende trasmettere.

Nel dialogo tra i due personaggi, l’uomo di chiesa e il ragazzo che afferma con decisione di essere perseguitato dagli spiriti maligni, si riflette un capovolgimento dell’importanza della figura spirituale, non più salvifica come quella di Padre Merrin interpretato da Max von Sydow nella pellicola di William Friedkin, ma punitiva, che segna la definitiva condanna di chi in essa cercava aiuto e conforto: la fede, vista prima come incrollabile, diventa miseramente ‘umana’; il crocifisso non svetta più alto sulle nostre teste, ma cade fragorosamente, come se il Dio onnipotente nel quale crediamo non può fare niente per cambiare il destino degli uomini, segnando il crollo irreversibile dell’immanentismo che indirizza e condiziona l’esistenza umana.

Ciò finisce per stravolgere i canoni di un modello che ha sempre cercato di creare una forte dicotomia tra le forze del bene e del male, creando due opposti, ma complementari, poli di attrazione che da sempre caratterizzano storie, personaggi e ambientazioni.

Bertossi intende così muovere una critica alla società in cui noi viviamo, riflettendo sul fatto che in ogni genere di dibattito non si dà mai il giusto credito alla verità, essendo la mera dòxa, che genera inevitabilmente pregiudizi, il pendolo della bilancia nella buona parte degli ambiti culturali e non solo della vita di tutti i giorni.

Un messaggio, questo, fortemente personale, apparentemente slegato dal concept del cortometraggio, che ha un precedente illustre nella didascalia inserita all’inizio del videoclip musicale del singolo Thriller di Michael Jackson. Andando a creare una analogia neanche tanto forzata tra il regista del corto e Il Re del Pop, potrebbe affermarsi che il ricorso a questo espediente testuale è necessario non semplicemente per fornire allo spettatore una chiave di lettura del prodotto audiovisivo, quanto piuttosto per raggiungere una forma di legittimazione che è quasi sempre negata all’horror che cerca di prendersi sul serio, tentando di veicolare messaggi socio-psicologici.

Da questi presupposti si cerca di giungere ad una comprensione delle proprie paure senza fare nulla per esorcizzarle, si trasmette l’idea che l’uomo è una creatura abbandonata al suo triste destino, potendo fare poco e nulla per modificarlo in maniera significativa: l’egoismo prende il sopravvento, e la solidarietà tra gli uomini finisce con l’assumere un valore sostanzialmente nullo.

È la sconfitta di chi crede che sia il rapporto con gli altri sia la principale caratteristica dell’uomo, tutto teso a superare le proprie tendenze individualistiche per raggiungere il grado ottimale di convivenza, libero dai timori che lo assalgono di continuo.

Ci vuole sempre una certa dose di coraggio a realizzare un cortometraggio horror con l’ambizione non solo di ottenere il consenso del pubblico, ma anche di lanciare provocazioni al modo di pensare comune, specie quando il budget a propria disposizione non è dei più alti.

Per questo va apprezzato un tentativo come quello di Bertossi, il quale, destreggiandosi nell’ambito di una unità spazio-temporale e di un minutaggio abbastanza ridotto, riesce a restituirci in maniera fedele la dimensione psicologica delle nostre paure, la nostra propensione a cercare il conforto di chi per noi incarna un valore supremo e il nostro senso di profondo sconforto quando anche quest’ultima speranza viene a cadere.

Tuttavia, va comunque sottolineato un dettaglio poco approfondito nel corto che lascia con l’amaro in bocca: una maggiore introspezione psicologica dei personaggi, volta a scavare a fondo nel loro passato e che avrebbe potuto meglio aiutare lo spettatore ad identificarsi con essi, creando una maggiore empatia, sarebbe stata decisamente apprezzabile.

Ciò avrebbe inevitabilmente significato andare al di là delle coordinate fissate da Bertossi, dentro le quali non fatica a mantenersi: questo non inficia tuttavia un prodotto audiovisivo decisamente notevole, che mostra una decisa maturità stilistica, riuscendo il giovane regista a rendere perfettamente la claustrofobia delle ambientazioni attraverso inquadrature serrate e una fotografia che individua i punti di luce e li sfrutta come fonte di illuminazione della scena.

È una sensazione di disagio quella a cui punta il filmmaker nel momento in cui costruisce la sua narrazione in base ad un ritmo serrato, scandito da un dialogo tra due personaggi che si completano a vicenda e da una colonna sonora (forse anche troppo ampollosa in alcuni momenti topici) che è la traduzione in note musicali della trama. Tutto sommato, può dunque parlarsi di un esperimento interessante come pochi se ne vedono in questo panorama, sono le strade già collaudate ad essere quelle maggiormente battute: ma, come si sa, il cinema è fatto di rischi, e senza queste soluzioni innovative non si potrebbe mai raggiungere le vie dello sviluppo.

VOTO: 7+/10

Una recensione di Eugenio Ciliberti

Ecco il link per vedere il cortometraggio, prodotto dalla Deep Mind Film Factory con Zerozerobudget in collaborazione con Minotaurus Pictures 2004:

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