Il ritorno di Mary Poppins – La recensione

Il ritorno di Mary Poppins e il triste destino dei sequel: ne avevamo davvero bisogno?

Mary Poppins datato 1965 è entrato a buon diritto non solo tra le pietre miliari disneyane, ma anche e soprattutto nell’immaginario collettivo: ultimo film ad aver visto il diretto intervento di Walt Disney in persona è circondato da un’aura di laica sacralità, tanto da essere celebrato nel 2013 da Saving Mr. Banks, un vero e proprio tuffo dietro le quinte in quel magico mondo che ci fa ogni volta tornare bambini.

E tanto è bastato per riportare alla ribalta la pellicola del ’65 e farla conoscere anche alle nuove generazioni, ma anche, probabilmente, per invogliare l’odierno staff Disney a tentare un altro passo. Un passo che, purtroppo, si è rivelato più lungo della gamba.

Come il primo, anche il film da poco uscito nelle sale, è tratto da un romanzo della Travers: un omologo letterario che però ha goduto di scarso successo ed è ad oggi semi-sconosciuto, non è dunque un’invenzione dei produttori per tentare di dare nuova linfa a un’opera che in fin dei conti non ne aveva molto bisogno. Ma visto il destino del romanzo da cui è tratto il rischio era quello di non ottenere un riscontro positivo, quanto piuttosto un inevitabile confronto col predecessore, confronto che, a onor del vero, gli sceneggiatori stessi paiono voler ricercare.

Nella finzione cinematografica sono passati circa 20 anni da quando Mary Poppins è uscita dalla porta dell’abitazione in viale dei ciliegi 17, lasciandosi alle spalle la famiglia Banks nella sua ritrovata armonia; all’epoca, la sua era una storia di formazione: il conflitto da risolvere si svolgeva tutto nell’ambito familiare, senza particolare cura nell’individuazione di una macrostoria, la cui unica traccia è quella della lotta della suffragette, ma resta, appunto sullo sfondo; c’era il signor Banks, padre e marito severo e distante e in qualche modo nemesi di sé stesso, da riconvertire all’amore e in questo Mary Poppins aveva un ruolo attivo, mentre la sceneggiatura, semplice e lineare, era ravvivata dai battibecchi tra i due.

Questa volta la macrostoria è ben delineata, tanto da essere specificata già dal testo di descrizione nel primo frame, ma decisamente ingombrante rispetto alla microstoria, tanto da fagocitarla e farla risultare quasi un semplice pretesto per canti, balletti e svolazzi. Non si va da nessuna parte; o almeno non da una parte che richieda lo specifico intervento di Mary Poppins.

La donna ammette esplicitamente di essere ritornata per prendersi nuovamente cura dei piccoli Banks, facendo risultare chiaro che si riferisca a Jane e Michael e non certo alla prole di quest’ultimo, ma altrettanto esplicitamente asserisce di non aver avuto parte alla decisione dei tre bambini di aiutare il padre; ne risulta quindi un personaggio ben più passivo di quanto lo avessimo conosciuto, che si limita a dispensare consigli, giusti sì, ma ormai triti e ritriti nel panorama cinematografico educativo e che, spogliata del contegno altero che la distingueva, arriva addirittura a perdere di vista i piccoli di cui doveva occuparsi che si mettono nei guai, ma anche la capacità di tener testa al suo “datore di lavoro” da cui a tratti pare inibita e intimidita.

Con le caratterizzazioni di Jane e Michael le cose non vanno meglio. Nei primi cinque minuti, in una scena alquanto confusionaria dove gli sceneggiatori paiono aver fretta di scoprirsi le carte sul tavolo concedendoci dialoghi slegati tra loro che si accavallano l’un l’altro, sappiamo che Michael, vedovo da circa un anno, ha dovuto accettare un lavoro in banca per mantenere i suoi tre figli nella Londra della grande depressione, mentre Jane è un’attivissima sindacalista.

I due piccoli Banks sembrano dunque aver seguito entrambi le orme genitoriali, ma di questi ultimi appaiono quasi delle caricature mal riuscite, perché prive del loro spessore.

Michael non ha nulla a che spartire con il baffuto genitore che sapeva reagire a tutte le difficoltà; qui ci troviamo davanti a un inetto privo della capacità di gestire la sua situazione familiare ed economica e che di per sé si voterebbe all’immobilismo, forzandosi ad agire solo in conseguenza delle spinte della sorella e dei figli.

Lo vediamo talvolta fare la voce grossa coi figli e la tata (verso cui pare non essere rimasta la benché minima affezione), salvo poi chiedere repentinamente scusa o non avvedersi di essere nell’errore se non di fronte al fatto compiuto.

Se Banks padre non vedeva più in là del suo naso, altrettanto fa il figlio, ma mancando del suo piglio, fa inevitabilmente venire meno anche le storiche dispute con la bambinaia.

La pasionaria Jane è costruita ovviamente ricalcando la madre Winnifred e anche lei viene relegata ad un ruolo piuttosto secondario: poco o nulla ci viene detto della sua vita e della sua attività e anche in scena parla perlopiù per far forza al fratello.Il ritorno di Mary Poppins

Dotata di scarsa autonomia, intorno a lei ruota la tematica inedita (per lo schema di Mary Poppins) della storia d’amore con Jack, personaggio che ci accoglie e ci introduce alla vicenda ricalcando il ruolo di Bert e che avrebbe dovuto essere principale anche nel precedente film, visti i continui e precisi riferimenti alla sua figura nello snodo delle vicende che avevano portato per la prima volta Mary Poppins a Londra. Ma sorvolando sull’obbligata inverosimiglianza, l’aver voluto inserire a tutti i costi un nuovo Bert è indice inequivocabile dello scopo degli sceneggiatori: un confronto col precedente lavoro; ma a questo punto sarebbe stato di gran lunga meglio tentare la via del remake.

Lo schema delle sceneggiatura è la stessa, le parti cantate si rispondono fedelmente, ma in tutto questo manca il piglio e, forse anche la magia, che ha fatto amare la tata a intere generazioni: così il viaggio nel dipinto, diventa ora un viaggio nel vaso di ceramica dove certamente si apprezza il cammeo dei pinguini e il ritorno ai cartoni animati disegnati con la rinuncia alla computer grafica, ma la comparsa di un antagonista, rompe immediatamente le atmosfere che si sarebbe voluto ricreare; così se la scena dello zio Albert che vola sul soffitto perché non può fare a meno di ridere trasmette un messaggio assolutamente positivo, quella con l’improbabile cugina di Mary Poppins che si ritrova la casa sottosopra è a tratti parecchio scoraggiante, con concetti che il buon vecchio Walt non si sarebbe mai sognato di inserire nella sua ultima creatura, di mal sopportazione, odio e detesto che si ripetono costantemente nella sua parte cantata e il conclusivo monito di guardare le cose da un’altra prospettiva e fin troppo banale per risollevare le sorti della sequenza. Per non parlare del ballo degli acciarini, certamente ben studiato, ma manifesto al non-sense nel testo.

Insomma se l’atmosfera un po’ cupa fa presagire meno allegria e spensieratezza, nei fatti il target è notevolmente cambiato e se Mary Poppins si fa amare da grandi e piccini, il suo sequel risulta decisamente troppo infantile, con dialoghi assolutamente non memorabili (la stessa battuta resterò finché non si apre la porta ha decisamente meno impatto rispetto a resterò finché non cambia il vento), messaggi non innovativi e testi e musiche che non trasmettono magia; anche il tentativo di creare neologismi sull’onda di supercalifragilistichespiralidoso fallisce miseramente in parole appena appena storpiate. Commuove certo il passaggio in cui la tata cerca di far coraggio ai bambini invitandoli a cercare dentro di sé o nel cielo o in sogno le persone care, ma è un concetto troppo banale per una come lei.

Va inoltre sottolineato che qui il conflitto non è dentro un padre che deve imparare a dimostrare i propri sentimenti ai suoi cari, ma tra un padre e chi con trucchi meschini intende portargli via la propria casa; ci troviamo dunque davanti ad una qualsiasi storia con protagonista, antagonista e tanti aiutanti (anche se sono in pochi, quelli che fanno concretamente qualcosa), dove non necessariamente qualcuno si evolve e si forma: Michael è già affettuoso coi suoi bambini e anche il suo ritorno all’infanzia e alla leggerezza questa volta non è merito di Mary Poppins, ma della signora che vende i palloncini; la tata perde così anche il suo ultimo ruolo, il suo scopo finale e se ne va, questa volta senza che nessuno la supplichi di restare.

Si segnalano ad ogni modo la gradevole presenza dell’Ammiraglio Boom, che insieme ai vicini dei Banks è il protagonista di una delle scene meglio riuscite della pellicola e il cammeo di Dick Van Dyke nei panni questa volta di Mr. Dawes Jr., la sua scena è l’unica in grado di far fare un salto nel tempo e regalarci quelle stesse emozioni, ma ahinoi, dura davvero molto poco.

Insomma, nel tentativo di imitare un grande capolavoro, gli sceneggiatori di fatto inficiano i loro sforzi: sarebbe stato più coraggioso un remake o un cambio più deciso di rotta, ma tant’è il primo Mary Poppins esiste ed è quello che molto probabilmente, i nostalgici su cui questo film puntava, faranno vedere ai loro figli.

Voto: 4/10

Una recensione di Roberta Manfredi

 

 

 

 

 

 

 

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