At eternity’s gate – La recensione

A distanza di quasi un anno dal debutto nelle sale del film di animazione Loving Vincent di Dorota Kobiela e Hugh Welchmann, che racconta gli ultimi giorni della vita del pittore olandese dal punto di vista di Armand Roulin, uno dei soggetti degli innumerevoli ritratti dipinti dall’artista nel corso della sua esistenza travagliata, ecco seguitare una nuova versione della biografia di questa controversa figura, raccontata dalla prospettiva, comunque privilegiata, di chi da quella vita è riuscito a trarre un’eredità che vada ben oltre le tele, diventando un insegnamento di vita e di arte.

Il regista Julian Schnabel è, infatti, una figura particolare nell’ambito del panorama cinematografico, paragonabile forse solo a quella di Peter Greenaway: egli infatti proviene da un background diverso, legato alle arti visive ma comunque distante da quelle che sono le dinamiche filmiche vere e proprie. Eppure, se questo tipo di preparazione può essere considerato come un limite dagli integralisti, che magari oltre alla costruzione dell’immagine guardano anche ad altri pur fondamentali elementi, come la narrazione e la recitazione, in un determinato contesto può dare vita ad esiti interessanti ed originali, che possono essere meglio compresi ad una lettura più attenta e, quindi, preclusi allo spettatore più svogliato e/o disinteressato.

Parte da questa premessa l’affermazione secondo la quale Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità (At Eternity’s Gate) non è un film per tutti. Ma, soprattutto, non è il film adatto per chi cerca il biopic definitivo di Vincent Van Gogh, artista e, soprattutto, uomo dalle mille sfaccettature, difficilmente inquadrabile nell’ambito dell’arte ottocentesca, caratterizzata dal rifiuto totale dei temi classici e dall’orientamento tendente ad una sempre più marcata astrazione dei soggetti raffigurati.

Prima ancora di essere un cineasta di una certa importanza, specialmente nel circuito festivaliero, Julian Schnabel è uno dei pittori più celebri della scena newyorchese, e le sue opere, esposte non solo al MoMA e al Metropolitan Museum of Art, ma anche alla Tate Gallery di Londra ed al Centro Georges Pompidou di Parigi, sono note per le tecniche miste adottate nell’ambito di una medesima tela. Figura di spicco dell’arte contemporanea, Schnabel, già autore nel 1996 del film biografico sul pittore Jean-Michel Basquiat, ritorna dietro la macchina da presa trascorsi otto anni dalla sua ultima volta (nel 2010, con il film Miral) per raccontare l’esistenza travagliata di un’altra figura artistica, più distante rispetto ai nostri tempi rispetto al Basquiat di Jeffrey Wright, eppure mai come ora più vicina.

In questo senso, rispetto al Van Gogh di Loving Vincent, alla ricerca della compassione delle persone che ha incontrato durante il suo percorso, quello di Schnabel è un personaggio che si pone in netto contrasto rispetto alla realtà dei suoi tempi, che pur di trasmettere la sua personale visione artistica accetta a malincuore di non essere compreso dalle generazioni presenti, gettando quindi il suo sguardo al futuro, ai posteri che, solo in seguito al suo sacrificio, saranno disposti a valutare le sue opere controverse. In tal senso, preferisce non impiegare mezze misure, optando per soluzioni visive e di sceneggiatura altrettanto estreme, a cavallo tra il cinema americano tradizionale e le avanguardie europee, facendo passare la sua idea di un Van Gogh rivoluzionario e decisamente agli antipodi anche rispetto all’arte non ufficiale di quei tempi, quella che orbitava attorno al Salon des Refusés, luogo di diffusione delle correnti impressionista e post-impressionista, alla quale ultima viene spesso (specie secondo Schnabel) erroneamente attribuito il lavoro di Van Gogh, costantemente deriso e umiliato dalla ‘gente di provincia’ che respinge i suoi quadri quasi fossero opera del demonio.

È un Van Gogh che vive una forma di dannazione terrena, quello di Willem Dafoe, vincitore della Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile nel corso dell’ultima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove il film è stato presentato in concorso: Dafoe, che è già stato Gesù in L’ultima tentazione di Cristo di Scorsese e Pier Paolo Pasolini per Abel Ferrara, ancora una volta riesce a caricare sulle sue spalle il peso di un’icona quasi mitologica, umanizzandola e dando forma a quei sentimenti di sofferenza e solitudine che traspaiono nella pittura di Van Gogh.

At eternity's gate

Chi da At Eternity’s Gate si aspettava un biopic convenzionale, resterà, tuttavia, deluso. Nonostante i momenti di autentica drammaticità non manchino ad un film che ha dalla sua soprattutto il merito di non essere stato girato da un regista, ma da un ‘autore’ nel puro senso della parola, Schnabel (per utilizzare una forma verbale che, in questo caso, non deve essere letta secondo un’accezione dispregiativa) ‘strumentalizza’ le vicende vissute da Van Gogh per dare vita ad una interessante rilettura del ruolo dell’arte e dell’artista nell’ambito di una società quasi sprezzante di quelli che sono i fermenti culturali che pullulano in quel preciso momento storico, applicandola anche al nostro presente, in cui la crisi economica e gli accadimenti che di giorno in giorno scuotono l’ambiente socio-politico-economico globalizzato distraggono l’attenzione dai frutti della libera espressione creativa.

La riflessione di Schnabel non si limita semplicemente a fornire una peculiare visione del mondo attraverso la prospettiva privilegiata di Van Gogh (intelligente la scelta dei primi piani per ricreare fedelmente ciò che – presumibilmente – gli occhi del pittore vedevano), attraverso il superamento dei canoni della narrativa tradizionale, ma anche raccontare della tendenza, che nell’Ottocento è andata assumendo contorni sempre più delineati, a svincolarsi dalle regole e dagli schemi rigidi dell’arte ‘ufficiale’ per dare vita a forme pittoriche che riflettevano anche la psicologia del suo creatore, che così torna ad essere ‘demiurgo’ nel senso più autentico del termine, libero di plasmare la materia a suo piacimento, lasciandosi guidare solo dal subconscio e dai sentimenti più profondi.

Per quest’opera coraggiosa, non poteva esserci filmmaker migliore del regista de Lo scafandro e la farfalla, la cui concezione dell’arte come testamento spirituale per le generazioni future, più volte accostata, durante i 110 minuti di durata del film, a quella del pittore nativo di Zundert, cerca così spunti di legittimazione: tentativo, questo, di indiscutibile valore, e che, visto l’andazzo che va profilandosi in vista della cerimonia di assegnazione dei Golden Globes (e come appunto volevasi dimostrare), sembra tuttavia destinato a non ottenere il giusto riconoscimento nel corso della Awards Season ormai alle porte. Ulteriore dimostrazione, a parere dello scrivente, di uno dei messaggi principali ricollegabili al film: nemo propheta in patria.

 VOTO: 9/10

Una recensione di Eugenio Ciliberti

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